Bimbi in vendita per 200 euro - Associazione Prometeo

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Bimbi offronsi per 200 euro
Tanto costa ai boss di Bucarest portare 3mila ragazzini a mendicare in Italia.
 
Magazine ha ricostruito il loro viaggio. A partire da un paesino della Transilvania.

FLORIN NON HA POTUTO FINIRE LA CASA.

Pensare che mancava poco, solo i dettagli. Chiamare il giardiniere per il prato all’inglese che avrebbe fatto morire d’invidia tutto il vicinato e aspettare la consegna dei mobili italiani. Della villa, qui a Bistrata in Transilvania, nel nord della Romania, se ne parlava da un pezzo. Costruita appena fuori città, è un misto di stili di un incredibile colore giallo fluorescente. L’effetto che fa in una mattina di sole è quello di un gigantesco pennarello evidenziatore a due piani (sei camere, tre bagni, doppio soggiorno, più taverna, cantina e doppio garage), con il tetto spiovente e una grande vetrata che guarda su una vallata. Florin l’ha costruita mattone su mattone con il lavoro dei suoi piccoli schiavi, almeno quaranta ragazzini tra i 13 e i 16 anni “trafficati” in Italia a rubare. Florin è un trafficante di esseri umani e ora sta in prigione. Rischia 20 anni di carcere, la sentenza di primo grado arriverà a giorni. Ed è probabile che il giudice ordini l’abbattimento della villa. Quello del traffico di esseri umani dalla Romania all’Italia, tutti minorenni, l80 per cento maschi, è un fenomeno recente e crescente. Se ne parla poco, ogni tanto qualche riga di cronaca per fatti di microcriminalità: baby gang, accattonaggio. «Secondo statistiche ufficiali, ogni anno mille bambini romeni finiscono nelle mani dei trafficanti. Secondo le nostre indagini, solo nel 2005 più di un migliaio sono arrivati in Italia», dice Gabriela Alexandrescu, responsabile della ong Save the Children di Bucarest. Quanti siano esattamente non si sa. Si sa invece che continuano ad arrivare. Senza clamore, senza zattere in balia delle onde e senza i riflettori delle tv. Nel caso dei bambini romeni tutto avviene in silenzio. Vengono dalle aree più depresse della Romania. Posti che si chiamano Calarasi, Iasi, Bacau, Suceava, Botosani. Fino al confine con l’Ungheria viaggiano a bordo di auto private. Arrivati a Bors o Nadlec, i punti di frontiera più frequentati, i «bagagli», così li chiamano i trafficanti, trasbordano sui microbus che quotidianamente fanno la spola tra le principali città italiane e la Romania. Pulmini che portano di tutto, avanti e indietro. Carichi leciti come merci, rimesse degli immigrati, lavoratori regolari. E carichi illeciti. Come i bambini. L’autista del minibus incassa 200 euro a «bagaglio» e il rischio è minimo. Intanto perché i minori viaggiano con il loro passaporto che dà diritto all’ingresso in Italia con un visto turistico di tre mesi. Spesso il trafficante fornisce all’autista anche la delega della famiglia che autorizza il viaggio del piccolo. E poi c’è sempre il manuale delle risposte pronte da dare in frontiera. Un classico è : «Sto portando il ragazzo dalla zia che vive in Italia».

Se proprio il doganiere insiste con le domande, un paio di banconote da 50 euro fanno passare ogni curiosità. Da qui in poi, il viaggio prosegue senza intoppi attraverso Ungheria e Austria fino alla frontiera di Treviso. «La prima meta è Roma o Milano, dove vengono presi in consegna dai “basisti” che li smistano nel resto d’Italia. Funziona come per i chili di droga. Per ogni minore intercettato, altri tre entrano nel vostro Paese senza che nessuno se ne accorga». Iaon Lumperdean è il pm Romeno che ha interrotto i traffici di Florin e della sua banda. L’ufficio, al primo piano della procura di Bistrita è piccolo e per metà occupato dalla segretaria che prepara caffè e tiene la tv accesa su un talk-show del mattino. L’altra metà è piena del fumo delle sigarette di Lumperdean. «I trafficanti avvicinano i ragazzi tramite amici di famiglia. La molla è sempre il denaro. Si promette al minore o ai genitori un lavoro in Italia. Altre volte gli si propone direttamente di andare a rubare». I “blocs” di Bistrita, i quartieri di edilizia popolare socialista, sono uguali a quelli di tutte le altre città dell’Europa dell’Est. Casermoni grigi, dalle facciate butterate, ruggine e sporcizia. Periferie mediamente degradate, dove si arranca per stare al passo con la nuova economia di mercato, vivendo con 240 euro al mese, il salario medio romeno. Dove la voglia di fare soldi, soprattutto tra i più giovani, sale quando una fiammante Porche Cayenne affianca al semaforo una modesta Dacia, un pezzo di lamiera squadrata che è l’auto nazionale. L’organizzazione di Florin negli ultimi due anni è venuta qui a cercare «bagagli». Come Gabriel, 15 anni, che oggi indossa una tuta da ginnastica Nike. Gabriel è venuto in Italia due volte. «E’ stato il mio amico Lucian a dirmi che poteva presentarmi chi mi avrebbe portato in Italia a rubare. Lucian era appena tornato e mi faceva vedere i mille euro nel suo portafogli. Il suo amico si è offerto di pagarmi il viaggio. Ai miei non ho detto niente, non mi avrebbero lasciato andare, la mia è una famiglia onesta. Siamo partiti in dieci su un pulmino, prima della frontiera siamo saliti su uno più grande che ci ha portato fino a Tortona. Da lì sono andato a Torino dove ho iniziato subito a rubare».

Le organizzazioni di trafficanti di minori sono strutture snelle. «Tre, quattro persone in Romania, altrettante in Italia. Quando arrivano da voi, i ragazzini vengono presi in consegna e allenati a rubare, a nascondere la merce, a disattivare gli allarmi nei grandi magazzini. E gli si insegna che, per la legge italiana, sotto i 14 anni non c’è il carcere», spiega Lumperdean. La «scuola di ladri» dura pochi giorni, dalla teoria si passa alla pratica. I «bagagli» vivono in case abbandonate. «Un bambino è in grado di rubare per 400 euro al giorno. I più bravi arrivano anche al doppio». Bighi, per esempio, 13 anni appena compiuti, un mito tra i «bagagli». Elvis, 14 anni, un altro dei ragazzi dei «blocs» di Bistrita, ne parla con ammirazione. «Diceva che un trafficante lo aveva venduto a un altro per 800 euro. Non aveva paura di niente e di nessuno, rubava telefoni cellulari e oro. Tirava su anche mille euro al giorno». Che fine abbia fatto Bighi nessuno lo sa. A casa non è tornato. A volte succede. Elvis invece è tornato da Venezia. «Mi aveva portato mio cognato per chiedere l’elemosina nelle calli. Non volevo farlo e lui allora mi picchiava. Mio padre diceva che, se non fossi partito, ci avrebbero portato via la casa». Poi la polizia ha fermato Elvis che ora è affidato ai servizi sociali romeni. Può considerarsi fortunato. «L’anno scorso sono rientrati in Romania 1500 bambini finiti nelle mani dei trafficanti. Di loro, solo mille stanno seguendo un percorso di reinserimento», dice Adriana Nedelea, giornalista del quotidiano Adevrul.

E ORA BUCAREST ENTRA NELL’UE. A gestire il traffico dei minorenni per ora sono solo romeni. «Le bande non sono collegate tra di loro anche se sono ben collaudate e agiscono in altri Paesi europei come Francia, Spagna e Olanda. Le organizzazioni criminali italiane al momento faticano a entrare nel giro», spiega Cristina Bianconi, pm della procura di Torino impegnata su questo fronte. Fatica anche la polizia: «Mancano uomini che conoscono l’ambiente, strumenti e coordinamento mentre i trafficanti giocano sui punti deboli della nostra legislazione», ammette Bianconi. Mancano controlli. «Il problema è identificare i bambini. I loro passaporti rimangono nelle mani dei trafficanti. Chi viene espulso, facilmente rientra e la maggior parte di loro è restia a collaborare con le autorità», dichiara Paolo Sartori, ufficiale Interpol di base a Bucarest. 
Il 1° gennaio 2007 la Romania entrerà nell’Ue. Frontiere aperte, per i «bagagli» romeni cadrà la formalità del passaporto. Lumperdean accende l’ennesima sigaretta e inspira fiducia: «Far parte della Ue ci aiuterà a combattere il traffico». Nel suo ufficio di Torino, il pm Bianconi non è cos’ ottimista: «Verranno meno i già scarsi controlli alle frontiere. 
Temo che di questi ragazzini ne arriveranno sempre di più».
Per scoprirlo basterà osservare quante altre ville fluorescenti si costruiranno a Bistrita.

Reportage di Roberto Rizzo
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