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La vita è un dono: adozioni a distanza con Prometeo

C’è Ionel che ha quattro anni e grida forte.
Marian di anni nove, che disegna famiglie felici e giocattoli.
Poi Gabriela, di anni sedici, convinta ancora di avere un “brutto raffreddore”.
Tre bimbi. Tre storie, pescate a caso in un mare di sofferenza, quella che si incontra varcando le soglie dell’ospedale Budimex di Bucarest, reparto di oncologia pediatrica.
La prima volta che ci entrai, nella piccola stanza adibita a cucina, due infermiere, senza alcuna precauzione, preparavano le terapie per i bambini, non curanti dei “fumi” nocivi che le stesse emanavano. Pochi centimetri più in là, pronte per essere consegnate, alcune scodelle di minestra, unico pasto disponibile per l’intera giornata.
Sfidando il palese conflitto di interessi che mi attanaglia vi invito ad adottarli a distanza, tramite la mia Associazione (www.associazioneprometeo.org): mi assolvo da suddetta colpa con grande facilità, visto che a beneficiare di un vostro aiuto sono loro e non io.
Questi bambini non li vedrete mai in prima serata, nessun programma televisivo ve li proporrà, troppo poco fotogenici, incompatibili con le famigliole dei mulini bianchi, a tratti disturbanti col carico di dolore che portano con sé.
Eppure basta poco. Molto poco per lenirne le ferite.
Per Ghandi era il motore che muove il mondo. Papa Giovanni XXIII invece lo traduceva con una carezza da dare ai bambini, una volta rientrati a casa. John Lennon lo metteva in musica, sostenendo che fosse l’unica risposta possibile, mentre con gli altri tre “scarafaggi” di Liverpool aveva sostento che fosse tutto ciò di cui si aveva bisogno.
Soggetto di questa carrellata citazionista, in bilico tra sacro e profano, ovviamente, è l’Amore. Come sostengo da tempo: unica vera risposta a tutta questa incontenibile follia. L’adozione a distanza diventa così l’esempio la forma più generosa dell’Amore, quello dato senza pegno, senza il desiderio di una ricompensa.
Ionel grida forte, non solo perché la malattia lo sta lentamente divorando ma perché il giorno della sua prima visita, il padre lo ha lasciato in ospedale e da allora non si è più fatto vedere.
Marian disegna famiglie e giocattoli, ovvero tutto ciò che vorrebbe ricevere ma non ha più. La famiglia lo ha abbandonato senza nulla, nemmeno il ricordo di un arrivederci.
Gabriela è stata ricoverata in giovanissima età per un bruttissimo raffreddore che non passava mai. Oggi sulla sua cartella clinica si legge: leucemia acuta.
Sapere, che anche a distanza, c’è qualcuno che ti aiuta. Pensa. Prega. Ama. Spera per te, a volte può essere una grande terapia. Non lasciateli soli.

Massimiliano Frassi
Presidente Associazione Prometeo
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