Associazione Nazionale Vittime della Pedofilia torna all'home page

 

 





Campagna di adesione AMICI di PROMETEO

LA VOSTRA VOCE.
Oggi più dolorosa che mai…….
“SONO QUI.”
Sono qui, rannicchiata in un angolino della casa, nella posizione in cui si mettono i bimbi, seduti con le ginocchia al petto. Dalla finestra vedo il mare….stasera stranamente calmo. Almeno lui…..Finalmente sto piangendo, ho paura, ma sto piangendo.
Dopo la tua conferenza di ieri sera a XX, dopo essere stata fredda e quasi indifferente per tutta la serata, è uscita tutta la mia paura, la mia angoscia e la mia rabbia. Sapevo che l’indifferenza era un muro di difesa che mi sono costruita per non soffrire, ma mi sembrava di essere cinica e questo non mi piaceva. Così ora mi ritrovo a mantenere una promessa. Molto tempo fa ti scrissi che un giorno avrei raccontato la mia storia. Eccola.
 
Tutto comincia 34 anni fa. Avevo 4 anni, solo 4 anni. Siamo in casa di conoscenti di famiglia e in quella casa ci sono 2 ragazzi. Uno della nostra età ( mia e di mia sorella), l’altro molto, molto più grande. Un ragazzo gentile, rispettoso, educato, che si spende per il sociale, il classico bravo ragazzo, che però è un orco. Ma questo nessuno lo sa. Lo scoprirò a mie spese. Una sera mi prende per mano, mi porta nella camera dei genitori, mi prende in braccio, dall’armadio prende una cravatta e me la annoda. Mi chiedo che gioco stupido stia facendo ma bastano pochi istanti per capirlo. Mi stringe il nodo fino a farmi quasi soffocare, così riesce a spaventarmi e immobilizzarmi, mi sbatte sul letto e mi violenta. Tralascio i particolari più sordidi, ma che hai sentito migliaia di volte. Quando ha finito mi porta in bagno, mi lava, mi riveste e mi lascia andare. Io corro in salotto dove ci sono i grandi, chiedo, supplico i miei di tornare a casa ma è ancora troppo presto, devo tornare a giocare con mia sorella. Ubbidisco, e proprio in quel momento Lui, il bastardo tiene per mano mia sorella. Mi cade il mondo addosso, per un attimo temo che abbia già fatto tutto anche con lei, ma realizzo che è passato troppo poco tempo da quando mi ha lasciato, infatti si sta dirigendo verso la camera. Libero mia sorella dalla sua mano, le dico di tornare a giocare e mi offro di nuovo per i suoi turpi giochi. Questa è musica per le Sue orecchie. Che brava bambina, ubbidiente, sottomessa, silenziosa, gentile ed educata, così educata coi grandi!!!torniamo nella camera, solita cravatta, ma questa volta sul letto sono a pancia in giù……un dolore che mi spacca il cervello, mi toglie il fiato, mi sembra di morire, un gran caldo in mezzo alle gambe. È sangue. Mi ha sodomizzato. Ho paura, tanta paura, troppa paura e da quel momento divento muta e sorda. E’ l’unico modo per allontanarmi da quell’incubo che si ripeterà a cadenza settimanale, in modi sempre più estremi. Tutto continua fino ai miei 12/13 anni. Poi finalmente le due famiglie non si frequentano più e comincia la tregua.
In questi anni, tra i 4 e i 12/13 sono spesso malata, a tratti ritorno a parlare e sentire, per poi ripiombare di nuovo nel mio silenzio. Per i medici è tutto inspiegabile,non ho patologie fisiche che spieghino cos’ho, una visita “interna” riscontra lacerazioni strane ma nessun medico indaga. Non vogliono vedere quello che anche per loro è tanto ovvio. Chi poteva vedere e capire non ha voluto farlo.
Io non ho mai confidato a nessuno in quel periodo il mio dramma. A nessun essere umano, ma a un cavallo sì. Quello che segue può sembrare un racconto frutto di notevole fantasia, se non fosse che sono la protagonista ed è tutto vero: verso i miei 7/8 anni andiamo in vacanza nell’XXXX e lì trovo un maneggio dove io e le mie sorelle trascorreremo molte ore. Chiedo di poter cavalcare un cavallo tranquillo e pacifico. L’istruttrice nel guardarmi sembra voler entrare nella mia anima, capisce che sto soffrendo e mi dà il cavallo più buono, Wipago, un bellissimo cavallo bianco, troppo vecchio per poter sostenere galoppate e percorsi lunghi, ma per me è perfetto. Io e lui diventiamo subito amici. Appena monto in groppa lui si gira e mi guarda. Anche lui ha percepito che sto soffrendo. Nelle nostre passeggiate in mezzo ai boschi io e lui rimaniamo sempre indietro, ma l’istruttrice non si preoccupa. Wipago conosce la strada del rientro. Lei ha capito che quel cavallo può aiutarmi, e ci lascia tranquilli.
Io comincio a raccontare a Wipago la mia infanzia violata, lui sembra capire veramente le mie parole. Quando piango mentre gli parlo lui si gira per guardarmi come se volesse farmi coraggio. Quando finiscono le nostre passeggiate ritorno nel mio mutismo e silenzio. Un giorno, durante una passeggiata vedo un bellissimo e grande prato. Il mio sogno è quello di fare una galoppata veloce, che mi restituisca un momento di libertà. Wipago sa che questo è il mio desiderio, gliene avevo parlato. Davanti a questo prato, senza rispettare i miei comandi Wipago cammina fino ad un angolo. Si volta mi guarda e poi all’improvviso parte per la galoppata più bella della mia vita. Attraversa il prato in diagonale, per avere più spazio. Io mollo le redini e comincio a singhiozzare e gridare a squarciagola. Quando Wipago si ferma è stremato, e io con lui. Ci guardiamo negli occhi, ci abbracciamo e rimaniamo così a lungo. L’istruttrice rimane allibita, sconvolta da quello che ha appena visto. non solo Wipago ha galoppato, ma io ho urlato. Quella è stata l’ultima volta che ho visto il “mio” cavallo. Le vacanze ormai erano giunte al termine e lui era troppo vecchio per vivere ancora un anno. Ci siamo salutati io piangendo, lui tirando calci di rabbia e quando mi sono allontanata ha nitrito con tutte sue forze. Wipago, il mio migliore amico. Solo a distanza di anni ho scoperto che i cavalli hanno una sensibilità speciale nel riconoscere chi soffre. Per 2 anni vivo la tregua, con paura, ma apprezzo la pausa. Ricomincio a parlare, purtroppo l’udito è parzialmente compromesso. Da un orecchio ancora oggi sento al 20% e dall’altro al 50%, ma mi sono abituata, so leggere il labiale. In compenso sono spesso silenziosa, non gioco mai. Il gioco per me è dolore. Lui mi diceva :”fammi giocare un po’,fammi divertire”. Nella mia mente ancora oggi l’idea di giocare mi distrugge tanto che NON riesco a giocare nemmeno con il mio bambino. Arrivo a 15 anni e incontro L. E’ figlio di un’amica ( a me sconosciuta) di mia madre. Anche L. è il classico bravo ragazzo “ il figlio maschio che tutte le mamme vorrebbero avere” – dice mia madre.
L. in modo subdolo conquista la mia fiducia, mi lusinga con complimenti e io anziché stare all’erta ci casco in pieno. Ci sono voluti anni per capire che da bravo predatore aveva visto in me la vittima perfetta: fragile, debole, malaticcia, isolata dal gruppo..
Io gli racconto molto a grandi linee il mio passato. Lo stesso giorno, pochi minuti dopo le mie confidenze mi sbatte per terra,a pancia in giù, e m i dice: ”ora ti faccio provare con amore ciò che quel bastardo ti ha dato con odio” – e anche lui mi sodomizza. La cosa si ripeterà ogni 2/3 giorni variando molto le tecniche e i luoghi. Con scuse patetiche riuesce a convincere mia madre a farmi andare con lui in auto, mi porta davanti ai cimiteri, di sera, al buio. Il posteggio dei cimiteri era il suo posto preferito. L. non si ferma davanti a nulla. Il mio nuovo sistema di difesa per non impazzire è uscire dal mio corpo. Durante le violenze L. aveva il mio corpo, un contenitore vuoto, ma non aveva la mia anima, la mia vita. Io osservavo tutto dall’”esterno”. Solo a violenza consumata, dopo che mi aveva rivestito allora mi riappropriavo di quel corpo mutilato. Un giorno, l’ultimo delle mie violenze, in quella che l’altra sera ho definito la stanza delle torture, proprio sotto il quadro del Bryce Canyon ( ricordi?) sono stata gettata sul letto, legata ai polsi con le mani dietro la testata del letto e abusata ripetutamente. Più mi muovevo e agitavo per liberarmi più L. mi diceva che ero brava e che dovevo continuare così. Riesco, dopo interminabili minuti di lotta a sferrargli una ginocchiata. Sono allo stremo delle forze, ma è stata la mia salvezza. L. è rimasto shoccato dalla mia reazione, mi scioglie le mani, si riveste e se ne va di corsa. Da allora non l’ho più visto. Ho 17 anni e sono libera. E invece no. I segni, i traumi lasciati da questi anni di violenze sono profonde cicatrici che continuano a sanguinare. Non ce la faccio a resistere. Decido che solo la morte mi può liberare dall’angoscia e da questo tunnel nero e buio in cui sto sprofondando senza vedere la fine. Una sera, in casa da sola, mi imbottisco di farmaci e per non sbagliare bevo anche degli alcolici. E’ un mix vincente, almeno spero.
E invece ecco arrivare dal nulla il mio angelo custode. Si chiama M. E’ un ragazzo che ha 6 anni più di me che da tempo mi osserva ( frequentiamo amici comuni) e ha capito non solo la mia sofferenza ma anche che negli ultimi tempi sono TROPPO calma. Ha capito che è la calma che precede la mia morte. Quella sera, spinto da un presentimento, si precipita a casa mia, trova stranamente la porta aperta, corre nella stanza in cui mi trovo. Io sono assopita, mi sto addormentando e sento che finalmente sta per finire tutto. Il resto non lo so, non ho mai fatto domande. So solo che oggi sono ancora qua. Per molto tempo sono stata arrabbiata con M. per avermi salvato la vita. Non erano affari suoi, ora non sono più risentita. Ora M. è mio marito, lo è da 19 anni e sono contenta e privilegiata per averlo al mio fianco. Gli ho raccontato tutto prima di sposarci, era giusto che sapesse a che cosa poteva andare incontro con una persona come me. L’ho avvisato che non avrei MAI avuto né voluto avere una vita sessuale. Questi erano i patti. Con la sua pazienza, la sua dolcezza, la sua vicinanza nei momenti tremendamente difficili è riuscito a trasmettermi un briciolo di fiducia. Ora abbiamo un bambino. UNO SOLO. M. sapeva quali erano le mie condizioni.
Quante volte in quasi 40 anni di vita avrei voluto lasciare tutto e scappare, morire, perdere la ragione e dimenticare, smettere finalmente di soffrire.
Non sono abbastanza forte per passare oltre il mio passato. Il mio psicologo dice che ho coraggio, ma sono troppo stanca per avere ancora coraggio. Mi sto lasciando inghiottire dalla paura e dal silenzio.. questa onda nera continua a cancellare le mie speranze ei miei sogni. So che devo combattere, ma sono stanca.
Chi sono veramente? Io so solo che indosso da sempre una maschera.
 Mi vogliono allegra, solare, un po’ “oca”? Eccomi.
Cercano l’amica spensierata a cui confidare i dispiaceri? Eccomi
Serve un’amica che sappia organizzare vacanze all’ultimo minuto? Sono qua.
So per certo che non merito di essere felice, che non ho il diritto di avere e chiedere nulla.
 IO NON VALGO NULLA.
Perché non ho gridato? Perché non mi sono ribellata? Perché non ho chiesto aiuto?
Quello che è successo è il risultato della mia codardia e stupidità, e ora è giusto che ne paghi le conseguenze. Anoressia, bulimia, attacchi di fame compulsiva, paura di stare chiusa in casa. La casa mi è nemica….quanto mi è costata la mia stupidità.
Quando cammino per la strada sono convinta che le persone vedano sulla mia fronte il marchio di prostituta e si sentano libere di farmi ancora del male.
Quando cammino per la strada guardo continuamente le vetrine per capire se c’è qualcuno che mi segue.
Sono sotto psicofarmaci e sono seguita da un bravissimo psicologo da un anno.
Ma nessuno potrà mai ridarmi quello che ho perso: LA MIA INFANZIA.
Questo è un peso troppo difficile da sopportare.
Forse, penso a volte, vale la pena di combattere per mio figlio e per mio marito. FORSE.
Tu Max sai bene chi sono, mi hai visto in faccia, ma per tutti sono solo “Mary”.
(…)
Grazie per avermi ascoltato e per la tua infinita pazienza nell’aver sopportato una” rompiscatole”. (…)
 
NOTA: Fittizio il nome Mary, ovviamente, e fittizie le iniziali dei nomi che compaiono nella storia , iniziali che abbiamo inventato noi.
La storia è accaduta in una piccola bella città del sud Italia, dove peraltro Mary ancora vive. Nessuno tranne la vittima può ritrovarsi in essa.