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LE VOSTRE TESTIMONIANZE / PROMETEO
La mia testimonianza
Non ho mai incontrato personalmente chi è stato vittima di abuso, come me.
Non so se condividere la mia esperienza può aiutarmi a ritrovare la serenità che sento di aver perduto per sempre. A chi altro potrei spiegare che oggi le mie emozioni più profonde sono confinate in qualche posto freddo e lontano dentro di me, che mi ritrovo questa memoria di elefante che non mi permette di dimenticare, di perdonare?
Perché sono sempre così lucido da ricordare perfettamente ogni cosa: il bambino sereno e allegro che sono stato fino a otto anni e poi l’altro bambino, quello tormentato, picchiato e violentato, quello a cui è stato fatto tutto. Tutto. Tanto da non poterne più, tanto da tentare il suicidio a nove anni e pregare la morte di suo fratello.
Perché non riesco ad aggiornare quelle pagine tragiche anche dopo anni di terapia? Perché quando mi innamoro cado ancora in uno stato di disperazione tale che mi sembra di morire e allora, dentro di me, uno strano meccanismo di emergenza aziona immediatamente una doccia gelata che spegne ogni cosa?
Molti anni fa avevo cominciato a scrivere una lettera al mio migliore amico; era una richiesta di aiuto. O forse più semplicemente volevo che sapesse. Quando ho capito di contare anche per lui molto meno di quello che immaginavo, l’ho messa in un cassetto.
La verità è che quando un carnefice riesce a farti credere che non vali proprio niente, finisci per convincertene e in qualche modo riesci a trasmetterlo anche gli altri.
Oggi vorrei trasmettere qualcos’altro: la mia esperienza, il mio mondo interiore, una vita difficile con cui potersi confrontare. Questa lettera mai recapitata ora la dedico a ogni bambino violato e non creduto, ai sopravvissuti, che hanno la forza e il coraggio di andare avanti, a voi dell’associazione che ogni giorno salvate delle vite, sì, delle vite, perché dopo un’esperienza d’abuso si vive con la morte nel cuore, ai pedofili perché capiscano finalmente quanto possa essere devastante attentare alla vita sessuale e sentimentale di un bambino, due aspetti praticamente indistinguibili. Ma soprattutto la dedico agli indifferenti, agli omertosi, agli ipocriti. A certa autorità ecclesiastica che stringe in una morsa la coscienza di tanta gente come si fa con un fazzoletto, fingendo di interessarsi alle loro vicende umane solo per esercitare un potere sui loro destini, un potere più inquietante di tutti gli imperi economici del mondo, perché più sottile e insidioso.
Da ragazzo, a quattordici anni, mentre le violenze erano ancora in corso, soltanto nel confessionale ho trovato per la prima volta il coraggio di denunciare il mio carnefice e il mio dolore. E cosa mi è stato chiesto dal confessore? Silenzio, spirito di sopportazione e preghiera. A riprova che era in me che c’era qualcosa che non andava, mi è stato anche fatto notare che mi tremavano le mani e che la mia era una nevrosi, così in un accesso di altruismo mi ha consigliato certe pillole. Alla fine mi ha anche impartito l’assoluzione, segno quindi che secondo lui il peccato era il mio.
Mi rivolgo ai genitori che mandano i loro figli in chiesa, a confessarsi o al catechismo; siate ben certi che i pastori non siano lupi feroci o bestie senza cuore. Leggete con attenzione in questo stesso sito quanto è toccato di sopportare a Marco Marchese che all’epoca dei fatti aveva solo dodici anni: il vescovo di Agrigento si è rivelato più un pastore di lupi che di agnelli, e in tribunale ha avuto il coraggio di chiedere a un agnello, a Marco, di pagare una somma inverosimile e vergognosa per i soprusi che pure sono stati perpetrati su di lui da un lupo con tanto di tonaca, chiedendo un formale indennizzo solo per salvare la faccia e l’immagine della sua diocesi.
Difatti per la chiesa cattolica niente conta più dell’immagine da salvaguardare, ed è in nome di questa che è capace di passare su tutto e tutti come una schiacciasassi. Ogni giorno di più mi sto convincendo che il concetto di amore per il suo gregge è quanto di più lontano vi possa esistere. La dimostrazione? Più facile di quanto possiate credere: provate a controllare ad esempio se papa Ratzinger, nonostante l’aperta indignazione per la piaga della pedofilia proclamata ai quattro venti, ha provveduto a rimuovere un vescovo indegno come quello di Agrigento dalla sua cattedra. Tutti restano lì al loro posto, perché la poltrona è ‘poltrona’ ovunque, anche all’ombra delle ali dello Spirito Santo.
Gabriele
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La mia lettera nel cassetto
“Mio caro amico,
qualche giorno fa mi è capitato di vedere l’ultimo film di Steven Spielberg: L’impero del sole. Racconta della sorprendente tenacia che un ragazzino riesce a tirar fuori per sopravvivere alla prigionia in un campo di concentramento giapponese durante la II Guerra Mondiale; quando finalmente ritrova i suoi genitori, senza dir nulla lui appoggia sulla loro spalla il viso che di colpo diventa stanchissimo e chiude gli occhi, come se non avesse mai dormito prima. Io sto ancora aspettando di poterlo fare. La mia famiglia non mi ha protetto, non mi ha offerto una spalla, né mi ha salvato; a otto anni sono stato picchiato e violentato; poi è successo ancora, centinaia di volte, per anni. Quando tu sei arrivato succedeva ancora.
Mi ha sempre colpito la sorte toccata ad un personaggio mitico, Anteo, un gigante generato da Gea, invulnerabile finché toccava la terra, sua madre: ad Eracle fu sufficiente sollevarlo da terra per soffocarlo e ucciderlo. Mia madre forse ebbe modo di sapere quanto mi stava accadendo. Una volta sentì qualcosa: aprì la porta della stanza e la richiuse. Non so se ha visto, se ha capito, o se è riuscita a rendersi cieca o se ha semplicemente cancellato un ricordo per lei insopportabile, ma quel giorno realizzai di aver appena fatto il mio ingresso nel peggiore degli incubi; ne sono ancora ostaggio, tutti i giorni. Certi eventi restano scritti sul corpo esattamente come nelle pagine di un libro, e quelle pagine mostrarono subito le loro macchie, gli strappi e soprattutto le parole mai dette. Avevo otto anni, forse nove, ero terrorizzato e in casa tutti si comportavano come se nulla stesse accadendo. La brutalità della violenza, che con il tempo aumentava, andò pacificamente ad accostarsi alle immagini abituali della vita domestica, fino a confondersi. Solo la musica sapeva restituirmi il senso tragico di quanto a casa mia sembrava essere ordinario. Già sai - a tue spese - che l’ascoltavo sino allo sfinimento, finché mi sembrava che la vita se ne andasse dal corpo. Per chi come me non poteva rischiare con le parole e con le persone a cui dirle, non c’era altro. Un po’ alla volta ho iniziato a leggere molto; ogni volta che aprivo un libro mi aspettavo rivelazioni sorprendenti ma quando lo chiudevo mi sentivo più scoraggiato. So bene che non è nelle pagine che vi si può trovare la realtà nella sua interezza, ma anche le cose che sappiamo degli altri sono quasi sempre di seconda mano. Prendi noi due: per raccontarti di me avrei prima dovuto trovare le parole giuste per designare e spiegare i fatti sconcertanti che mi stavano accadendo; quante speranze potevo nutrire di riuscire ad elaborare un resoconto dei fatti abbastanza convincente perché qualcuno mi prendesse sul serio e magari mi aiutasse?
Ogni giorno a me toccava lottare con la paura. Poi, in qualche modo, finii col collaborare; convinto di rendere più sopportabile il dolore immediato, senza ancora saperlo, ordivo la trama futura e ineludibile per cui avrei finito coll’addossarmi parte di quella colpa fino a fare di me stesso un complice forse più spregevole del carnefice. Intanto continuavano i gesti ordinari che sembravano negare ogni cosa come se tutto fosse solo immaginato. Lo spazio tra me e i miei era diventato assoluto; era come dibattersi nel cuore di un cristallo, tanto grandi si erano fatte la loro cecità e la mia solitudine. Oggi quello spazio è diventato incolmabile. Quei contatti avvelenati, anno dopo anno, mi insegnarono che avevo un corpo con una sua volontà e una sua memoria e a cui, se fosse stato possibile, non avrei voluto appartenere. Oggi so per certo che il corpo e l’anima sono la stessa cosa; non esiste niente che fatto al corpo non venga fatto anche all’anima; non so bene a cosa sono sopravvissuto ma l’anima, o quella cosa che gli assomiglia, quella è morta da un pezzo: se così non fosse, avrei ancora un posto dentro di me dove rifugiarmi.
So che ci saranno sicuramente altri giardini da qualche parte, ma io da allora ne sono rimasto fuori. Da allora gli occhi mi si sono chiusi, come quando una vista improvvisa penetra all’interno e uno la va a trattenere al buio dentro di sé per capirla bene. Ne sono riemerse desolazioni impronunziabili, come certi mutismi che ci prendono da bambini di fronte a una cattiveria, a un male irreparabile. Commesso un torto non c’è più modo di risanarlo, non c’è rimedio: bisognerebbe non commetterlo mai, non c’è bravura che possa contrastare certi colpi. Non c’è bravura possibile per un bambino di fronte a una porta richiusa in silenzio da una madre, per non vedere cosa stanno facendo a suo figlio.
Gli sguardi che più di ogni altro ho cercato hanno incontrato il mio solo distrattamente; molti di questi riuscivano a contenere un silenzio sconcertante. Erano sguardi elusivi per un corpo buio, un corpo, il mio, che ho smesso presto di amare e curare perché reso irrimediabilmente incurabile e devastato.
Quand’ero bambino sentivo di essere stato attaccato da uno sguardo di bestia cattiva. Non erano occhi liquidi, non rimandavano bagliori. Dalle lenti convesse dei globi oculari, chiusi dal laccio delle ciglia spalancate, non convergeva nessun fuoco all’interno, né dietro il loro cristallo si indovinava il luccichio di un’anima: l’iride era fatta di pezzi di carta-vetro malamente giustapposti e le pupille, due finestre cieche.
All’età di otto anni conclusi che tutto il male del mondo lo si poteva ritrovare in quello sguardo buio, che feriva a morte più di un pene che ti entra dentro come una spada e che riesce, non si sa come, a spaccarti immediatamente il cuore in due.
Quel buio immenso io me lo porto ancora dentro: in tanti lo vedono, lo temono e subito cercano con lo sguardo altrove.
…
Ho sempre aspettato. Era diventato un addestramento quello di stringere i denti, superare le notti brutte e aspettare di tornare finalmente libero. Capii subito che non sarebbe mai arrivato l’abbraccio di mia madre a sciogliermi la voce: così, tutte le mattine mi rimettevo in piedi disancorato e con strane oscillazioni nell’impresa di dover percorrere i marciapiedi della via di casa verso la scuola, dove mi aspettava lo scherno a volte tenero a volte crudele dei compagni di classe. A lezione non osavo far domande; se qualcuno mi rivolgeva la parola anche solo per chiedermi l’ora, rispondevo insicuro e balbettante come se mi trovassi davanti a una commissione d’esame. Il mio nome esclamato mi scuoteva; era solo una sigla eppure risuonava come un ordine perentorio.
…
E dire che avevo sopportato ogni cosa convinto che una volta libero avrei avuto il mio risarcimento; ripetevo a me stesso che mi spettava di diritto, che me lo meritavo. Quando sei arrivato tu, mi ripetevo che meritavo un amico come te, il migliore amico possibile. Immaginavo spesso che sarebbe bastato rifugiarmi in un tuo abbraccio per provare un po’ di sollievo e sapere come ci si sentiva ad essere accolti e amati, magari come promemoria per i giorni a venire, perché ho capito subito che la mia vita si era spezzata in quel punto e che mi aspettavano giorni ancora più difficili, i giorni in cui in tanti, trovandosi a familiarizzare con le mie zone d’ombra, si sarebbero dileguati.
Quelli come me non possono e non potranno guarire mai; io sono come una brocca incrinata: non c’è niente che, versato, io riesca a trattenere. La sofferenza rende egoisti, assorbe interamente; solo quando passa, il suo ricordo ci insegna qualcosa della compassione, ma questa può provarla anche una Madre Teresa o un bravo associazionista volontario: troppo generica e troppo universale, e a me non interessa. Quelli come me sono quasi sempre destinati a diventare così folli da aspettarsi amori perfetti. Forse avrebbe potuto provarla Dio, in fondo non ero che un bambino in pericolo… e lui un padre distratto; quando oggi mi chiedono se credo in lui io a mia volta mi chiedo se lui ha creduto in me. No, nemmeno Lui dev’essere così perfetto. Nella casa che ho lasciato nessuno ha mai chiesto a quel bambino cosa ne era della sua vita; ero lì con loro, ma era come non esserci. Anche quando mi guardavano, non mi vedevano.
Come se una diga fosse venuta giù, un giorno ho cominciato a raccontare tutto, ma ho dovuto subito imparare a omettere i dettagli perché quando più tardi mi è capitato di riferirli a chi credevo capace di saggezza, era tutto un mitigare, un tenersi cautamente alla larga come fossero lebbra. Eppure sono proprio quei dettagli così indicibili ad aver lasciato il segno; sono i cinque sensi ad aver fatto incetta del materiale peggiore per i miei ricordi di cui dovrò portare da solo l’intero peso. Come un forzato condannato ingiustamente il quale, una volta libero, non aspetta altro che di poter raccontare al mondo l’ingiustizia subita io, nel raccontare la mia esperienza, mi aspettavo che il mondo intero mi stringesse a sé e mi sollevasse per sempre dal dolore. E invece, mi son sentito dire di tutto, che in fin dei conti ero stato io a sedurre e quindi io il vero carnefice, o che se non avevo ancora superato la cosa era perché non appartenevo alla razza dei “forti”; alla fine, in un modo o nell’altro, ero stato io a cercarmela.
Da allora, forse anche prima, non mi sento né faccio più parte del consorzio umano, né di niente. In un mondo in cui molti avanzano grosse pretese circa la conoscenza che si ha delle faccende altrui, magari basandosi su qualche idea gravida solo dei propri pregiudizi o della propria presunzione, io so per certo almeno una cosa; che sono stato ingannato, defraudato dell’avventura più importante per un ragazzo: la scoperta di se stessi. Ogni schiaffo, ogni insulto ha modellato il mio avvenire e niente ha rimandato indietro il mio urlo di spavento; è così che ho dovuto misurare tutta l’atrocità di Dio.
Mi rendo conto che finora non ho espresso altro che i pensieri di un bambino e che, nonostante i miei sforzi, resterò il solo a conoscerli, il solo a portarli con me. Tuttavia non mi è mai stato consentito di comportarmi come un bambino, sarà per questo che non sono mai stato veramente capace di semplicità nel parlare, nello scrivere o nell’amare. Anche adesso, le cose più semplici da dirti continuano a restarmi sconosciute e so di perdermi il meglio; tutto il resto è solo una toppa sulla mia fragilità. Ma è tutto quello che ho.
Forse tu sei solo capitato sul set giusto fra un ciak e l’altro della mia vicenda, un set dove tutti rivolgevano lo sguardo altrove. Del resto anche noi due siamo sempre stati lontani anni luce; se persino certi silenzi da niente col tempo finiscono per diventare grandi come macigni, figurati i nostri che da sempre sono stati due silenzi perfettamente accordati. Se io avessi pronunciato delle parole, questo genere di parole, tu avresti potuto andar via prima. E se fosse accaduto, mi sarei torturato di più.
Solo oggi capisco che il silenzio è sempre un errore, ma quando questo si installa per forza in una casa è difficile farlo uscire, ed ancora più arduo è render conto di fatti di cui è più facile essere accusati che esibire la prova d’innocenza.
La porta richiusa da mia madre mi ha messo in trappola, lasciandomi cucito sotto la pelle un ordigno a orologeria. Glielo dico a voce bassa, spezzata, la mia fronte appoggiata alla sua, le mani che artigliano il suo maglione. Prende un respiro e torna a dire che ora è inutile chiedermi chi o cosa avrei potuto essere se avessero lasciato in pace quel bambino. Mi parla della necessità di adattarsi a una realtà che è sempre imprevedibile, paradossale, in continuo movimento: mi parla di alghe cui tocca piegarsi sotto la spinta del mare… Ma è a te che avrei voluto raccontarlo.”
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