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LA VOSTRA VOCE.
Blu Oltremare
di Gabriella Tricca
In quegli anni la piazza di noi bambini mutava velocemente aspetto: eravamo dentro una clessidra che a ogni rapido giro di tempo, depositava nuovi scenari di sabbia.
Prima avevano costruito un grande palazzo che occupava il lato lungo della piazza, come la prova generale di quel progresso che da lì a poco ci avrebbe regalato piani di formica e nuove geometrie.
Dentro e fuori le nostre vite.
Poi le auto dei residenti avevano costretto ad allargare il parcheggio, rubando sempre più spazio ai nostri giochi. Ma noi bambini non ci eravamo scoraggiati; se le nostre scarpe scalciavano sempre meno polvere e se i campi di granturco e le viti maritate venivano cancellati dall’asfalto, noi ci improvvisavamo pirati. Si issavano bandiere di cenci su zattere rudimentali e durante le ore di chiusura dei cantieri, ci davamo battaglia tra le fondamenta dei palazzi.
Era affascinante vedere come il mare fosse pronto a risalire. Bastava scavare ad un metro di profondità e l’acqua salmastra riprendeva il suo posto naturale. Del tutto innaturale, invece, era il posto che un parcheggiatore abusivo si era attribuito nella nostra piazza. Improvvisato censore dei nostri giochi, perfettamente calato nel ruolo di custode della quiete pubblica, senza che qualcuno glielo avesse chiesto, aveva dichiarato guerra aperta ai nostri pattini a rotelle, ai palloni e alle corse sfrenate di dama imperatrice.
Dopo qualche tempo avevano cominciato a smantellare il colorificio blu oltremare.
Ma questo era successo più tardi, quando noi non eravamo più la banda di scalmanati che se ne fregava dei divieti e dei cartelli di pericolo, e che ogni giorno si infilava sotto la recinzione del vecchio stabilimento per rubare dal terreno incolto lunghe, sottili radici di liquirizia che poi masticavamo avidamente per l’intero pomeriggio, succulenti riti di iniziazione e di possesso del territorio.
Quelle innocue trasgressioni e il sapore acuto della liquirizia ci bastavano per sentirci felici, in preda ad un senso avventuroso della vita che poteva consistere anche solo nel simulare voli di uccelli o tuffi di improbabili pesci sullo sfondo dei muri scrostati del colorificio blu oltremare.
Ogni gesto era un codice, un granello di quella clessidra incomprensibile anche a noi stessi che però, inesorabile, segnava già le prime gerarchie dell’età e dei sessi.
Io avevo dodici anni quando gli operai della ditta Ars&Craft completavano le ultime tessere del grande mosaico sulla parete di fondo della chiesa, dietro l’altare principale: un’imponente discesa dello spirito santo sui dodici apostoli, audace come un’onda di frammenti d’oro che da un momento all’altro poteva rovesciarsi su noi poveri peccatori.
Mi piaceva sedermi nello stesso posto, tutti i pomeriggi, in assoluto silenzio, a sbirciare tra le vele delle impalcature quel mondo mistico e opulento che avanzava quasi con insolenza, fregandosene delle regole della povertà. Aspettavo con curiosità di vedere realizzata la faccia del Cristo, l’unica per me veramente familiare e che avrebbe dato un senso, un baricentro emozionale a tutta quella composizione altrimenti fuori fuoco.
Per noi ragazzi la chiesa rappresentava un prolungamento della piazza, il punto fermo di un orizzonte familiare e rassicurante, nel quale ci si rifugiava quando il maltempo o il parcheggiatore abusivo ci scacciava dai nostri giochi. Cercavamo di non dare troppo nell’occhio, ma l’adolescenza si sa, scalpita in corpo e così ci scappava sempre qualche salto di troppo tra i motivi geometrici del pavimento in marmo e qualche beghina mezza addormentata, con preghiere in simil latino impigliate tra i denti e improvvisi mea culpa scanditi come rintocchi a morto sul petto scarno.
Ero esuberante ma anche riflessiva per la mia età e ricordo che mi piaceva partecipare alla vita spirituale della comunità, come la chiamava don Bruno, anche se ogni tanto mi capitava di svenire durante la funzione della domenica mattina. Brevi mancamenti durante i quali la saliva mi diventava dolciastra e una strana luce mi si accendeva dinanzi agli occhi. Le vicine di casa, misericordiose ma anche un po’ sadiche, mi avevano spiegato che essendo vicina all’età dello sviluppo, il sangue in eccesso…perché mai in eccesso mi chiedevo, non trovava ancora la via di sfogo e quindi mi andava alla testa oppure decideva di concentrarsi tutto nello stomaco, insomma, non si sapeva come mai solo di domenica ma il mio sangue appariva nervoso.
Non mi sentivo per niente rassicurata dai sorrisi complici di quelle signore, anche perché non riuscivo a capire quale soddisfazione ci potesse essere nel sentirsi ‘donne’ con una ferita sempre aperta e con il sangue che come un cavallo pazzo decide all’improvviso di uscirti dal corpo.
Comunque, non sapendo bene in cosa mi avrebbe cambiata quella mitica età dello sviluppo, continuavo a sedermi sulla panca della chiesa con la schiena elettrizzata per l’ansia dell’evento imminente e continuavo a fissare la parete dietro l’altare, nella speranza che finalmente si decidesse ad apparire la faccia amica del Cristo. Almeno avrei potuto levare gli occhi al cielo e svenire più rilassata. Invece collassavo sempre con un senso nevrotico addosso e più cercavo di distrarmi, ricacciando indietro la luce misteriosa, più la saliva si addolciva, come fosse sangue per davvero.
Quel sabato pomeriggio, quando la mia adolescenza si increspò all’improvviso, la primavera era già vicina, con un’aria di mare che spargeva salsedine tra i balconi e le strade del quartiere.
Lui aveva sessant’anni e un sorriso da venditore appiccicato sulla faccia.
Io ingannavo con giochi di piazza l’attesa di mia madre. Se solo quel giorno avessi potuto trovare l’energia per scavalcare il recinto e appoggiarmi al muro blu oltremare. Se solo avessi saputo simulare un volo, fingere un tuffo. Forse la paura si sarebbe sciolta e sulla vecchia e screpolata parete blu oltremare avrebbe lasciato solo una macchia informe. Le gambe invece erano corse verso il sagrato della chiesa, incapaci di andare oltre e il mio corpo le aveva seguite solo per il timore di essere lasciato indietro. Mi sentivo un essere strano, all’improvviso una statua da fontana, di quelle a metà tra donna e sirena.
‘Corri corri signorina, salta salta ragazzina’. Un’amica saltava da uno scalino all’altro a piedi uniti e poi all’indietro, secondo un rituale che dava inizio al gioco. Lo avevamo inventato noi l’anno prima, con il gusto un po’ crudele di provocare il parcheggiatore abusivo che reagiva sempre con ridicoli inseguimenti, resi ancora più disperati dai gradini ripidi della chiesa. Rolando era piccolo di corporatura, nervoso come una salamandra d’inverno e con una gamba farra*. Quando inseguiva noi ragazzi per sequestrarci i pattini, o quando inveiva contro qualcuno che si rifiutava di pagargli il parcheggio, con l’enorme cappello da marinaio e la gamba zoppa, Rolando sembrava un capitano di lungo corso sorpreso sul ponte della nave dal rollìo del mare in tempesta. Beccheggiava e ondeggiava scosso da una rabbia interiore che se all’inizio ci aveva spaventati, con il tempo poi era diventata uno dei nostri bersagli preferiti.
Quel pomeriggio, però, era diventato tutto improbabile.
Come era possibile che da un momento all’altro quel mondo di giochi e di dispetti fosse stato archiviato dalla mia coscienza come un’esperienza finita, lontana. Un colpo secco dato al cassetto della memoria.
‘Non mi dire che svieni qui!’. La mia amica aveva smesso di saltare e mi osservava preoccupata nella faccia pallida e tirata. L’avevo guardata anch’io di sguincio, familiare eppure inaspettatamente estranea.
Oggi è sabato, io svengo solo di domenica. L’ironia poteva salvarmi, forse. Un cuneo infilato tra il cuore e il cervello a spaccare in due un’emozione che non potevo permettermi, una risata per nascondermi e perdere il mio nome.
La mia amica si era allontanata ridendo, lo avevo intuito più che altro da uno spostamento leggero dell’aria. Bene, aveva funzionato. Nuovamente sola. Ero contenta, se così potevo definire quel sentimento di assoluto smarrimento che mi teneva appiccicata al sagrato della chiesa tutta storta e disarticolata, come una figurina incollata male.
La piazza scoppiava dalle grida dei ragazzi. Dovevo tenerli tutti lontani da me se volevo salvarli, se volevo riuscire a salire quelle scale e sperare di giocare ancora, un giorno, a dama imperatrice.
Sapevo che lui era rimasto lì, a spiarmi da dietro le tende a veneziana del suo negozio. Potevo immaginare la sua faccia ancora scomposta, le strisce di luce e di ombra sulla sua pelle.E poi? La mente mi si era svuotata improvvisamente, mi succede ancora, quando non voglio ricordare.
Non riuscivo a chiedermi neanche un perché; era un dolore senza parole che mi rendeva straniera anche a me stessa.
Ferma sugli scalini. Con l’odore del mare infilato nelle narici. Insolente, sconveniente come quelle mani dalle dita nodose. Era gentile il venditore di abiti, ma quel pomeriggio tutto era come in uno specchio rovesciato. Lui mi aveva presa, misurata e sgualcita come una stoffa da poco conto. A chi mai avrei potuto raccontare di quel fiato appiccicato al mio, che sapeva di sigarette e di parole oscene che non capivo?
Ti ucciderò. Ucciderò te e chiunque venga a sapere di questa storia, ricordalo. Ero riuscita ad aprire la porta del negozio e a fuggire, ma quasi lentamente, con una certa straziante dignità che voleva dimostrargli come il dolore non mi avesse resa incapace di gesti misurati. Ma navigavo ad occhi chiusi in un senso di mancanza, come se dentro di me tutti gli organi vitali si fossero appiattiti contro le pareti del corpo, per fare spazio a quel vuoto, profondo e tondo come una o.
Immobile sugli scalini della chiesa, sentivo adesso qualcosa di caldo che mi si scioglieva tra le cosce, scendeva a goccioline leste tra i pelini dorati delle gambe e si arrestava sui calzettoni arrotolati alle caviglie.
Pensai che fosse arrivato il sangue con la benedetta età dello sviluppo, ma non ebbi il coraggio di guardare.
Quando entrai in chiesa c’era la penombra che di solito precedeva le funzioni. Il sorriso di don Bruno mi accolse cordiale ma non mi pareva più lo stesso. Volevo solo la mia panca. Ogni geografia del conosciuto era perduta. Gli operai della ditta smontavano le grandi impalcature e dodici uomini con una fiammella in capo mi guardavano dubbiosi. Chi erano? Tra tanti sconosciuti, cercavo il volto amico del Cristo, il suo sguardo misericordioso. E alla fine mi apparve. Sbarbato e con i capelli corti aveva l’aria più smarrita di tutti. Di familiare c’era solo una specie di aura blu oltremare. Ci fissavamo imbarazzati, non riconoscendoci negli occhi dell’altro, perfetto scherzetto inaspettato.
Mi passai una mano furtiva tra le cosce e mi accorsi con vergogna che le mie mutandine erano inzuppate di pipì.
* gamba farra, espressione senese per definire una gamba claudicante. |
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