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Campagna di adesione AMICI di PROMETEO

Ho chiuso gli occhi, a nove anni. Ho chiuso gli occhi nella notte, quando non era abbastanza buia per proteggermi e iniziavo a desiderare solo di scomparire.
Arrivava sempre di notte, sempre quando cedevo al sonno e mi illudevo che quella notte sarebbe stata diversa, non sarebbe arrivato. Dormivo nella stessa stanza di mio fratello: lui aveva 7 anni più di me. Ogni notte iniziava a spogliarmi dicendomi di non aprire gli occhi, che stavo solo sognando. Ricordo che li stringevo forte, i miei stupidissimi occhi, e chiedevo ai pensieri di volare lontano, di non restarmi a guardare.
Mi accarezzava come e dove una bimba non dovrebbe mai essere accarezzata. Ed io morivo a poco a poco ad ogni carezza. Morivo nei miei silenzi, nei miei occhi chiusi cercando di non vedere il suo mondo, il suo schifo. Poi ha iniziato a convincermi che era una lucina a dirmi cosa fare, che era “ la balena Giuseppina”, un cartoon che tanto amavo. Era lei allora a chiedermi di aiutarlo di lasciarmi baciare il corpo, di lasciarmelo girare e rigirare a fondo come tasca vuota di un cappotto scordato in un armadio.
Mi sentivo piccola e impotente. Mi chiedeva di non dire nulla perché sennò gli avrebbero dato le botte, lo avrebbero ucciso, perché sennò mamma ci rimaneva male. Ed io tacevo, perché non trovavo parole per dire cosa e chi mi rubava ogni notte il mio diritto di sognare, tacevo per proteggere mia madre.
E rimanevo ad aspettare tutto il giorno la notte, e tutta la notte il suo arrivo. Diventava sempre più insistente. Iniziava anche a chiedermi di aprire gli occhi e guardare la tv, e guardare le donne in tv…che loro erano belle e brave e io dovevo imparare a fare come loro, altrimenti nessuno mi avrebbe voluto come amica.
Ed io eseguivo, piangendo ogni notte, eseguivo come un bravo soldatino mentre mi gelavano le ossa e mi sentivo sporca, complice, sola. E il senso di sporco non si lavava via mai! Stavo ore sotto la doccia a martoriarmi ogni centimetro di pelle con la spugna, a togliermi la pelle per vedere cosa ci fosse sotto..cosa diavolo ci fosse di così nero e denso in me ..che non riuscivo a sputare via, che mi segnava a vista quando camminavo per strada. Mi sentivo perseguitata dagli sguardi. Mi pareva che tutti sapessero e più di tutto mi odiavo.
Odiavo me, i miei silenzi, la mia impotenza, la mia voce che, per quanto cercassi di cacciarla fuori, ogni notte, diventava senza suono. Non dicevo nulla, mai, e mi lasciavo morire.
Poi “finalmente” mio fratello ebbe un problema di salute che lo portò via per un anno..e avevo pensato che fosse tutto finito. Lo guardavo soffrire e dicevo a Gesù..che forse bastava così, che aveva imparato la lezione..ma bastava poteva non farlo soffrire più.
Invece è tornato con le sue notti.
 
È finito tutto forse tre anni dopo dall’inizio. Quando il mio dolore si tinse di rosso. Quando la pancia faceva così male da non riuscire a trattenere il dolore. Mi guardava in bagno mentre scrivevo la mia denuncia in lettere scarlatte..mentre tingevo invano la carta igienica. Sono ritornata a “dormire” quella notte. E al mattino il mio letto rosso guardava tutti. Una tela rossa di denuncia tra muri bianchi.
Niente. Non è successo niente. Nessuno ha pensato, o avuto il coraggio di pensare che quel sangue copioso non fosse un ciclo mestruale. Avevo solo i miei 10/11 anni con me. Mia madre cieca come sa essere cieco solo chi non vuol vedere.
Ero convinta che perdendo quelle notti avrei dimenticato tutto. Ma il peggio doveva ancora arrivare, doveva ancora perseguitarmi, doveva ancora minare ogni mia piccola certezza, doveva ancora insegnarmi a desiderare la morte. È iniziato il mio calvario in ospedale perché i dolori al pancino erano troppo forti da sopportare. Mi hanno mandato anche dallo psicologo ma nulla. Non dicevo nulla e nessuno riusciva a raggiungermi in me. Ero io e il mio marciume. A tredici anni ho provato il suicidio. Suicidio che era buffo e troppo imperfetto a pensarlo ora..ma il fine non cambiava: volevo morire. Ho iniziato a pensare che rendermi invisibile mi avrebbe aiutata. Ho iniziato a diventare l’ombra di me stessa. Ho iniziato a rifugiarmi nella musica e nei libri. La musica mi annullava i pensieri. Fantastico pensavo.
Ma sono cresciuta con mille insicurezze, mille rimorsi. Con il mio affannoso cercare qualcuno che mi stesse vicino che mi facesse sentire protetta. Non ho mai imparato ad amarmi.
Ho provato a raccontare ma mi è sempre stato detto che certe cose vanno taciute, anche la colpa di voler condividere il mio dolore sono riusciti ad addossarmi.
Sono qui a scrivere perché voglio cambiare. Voglio almeno considerarmi una donna. Voglio smetterla di piangermi addosso, voglio riprendermi una vita farla mia e proteggerla da tutto e tutti. La cosa che più mi sorprende è che non riesco a provare rabbia, mi sento solo morta dentro.
Sono qui a scrivere perché qualcuno mi sta aiutando.
Scrivo per conoscermi, per non dimenticare, per partire dai cocci della mia anima andata in frantumi e pazientemente riunirli. Scrivo perché non si torna indietro, purtroppo, ma si può andare avanti: basta averne la forza e la voglia! Scrivo perché forse non ho ne forza e ne voglia ma ho me! E se mai nessuno mi ha dato ascolto, forse, è bene che cominci ad ascoltarmi da me. Per me.
Ho chiuso gli occhi, a nove anni. Sto tentando di riaprirli a 25. Perché vorrei essere finalmente me senza sentirmi in disagio. Vorrei che l’amore non fosse solo più un nascondiglio. Vorrei vivere, soffrire, amare.
Vorrei, anzi voglio, adesso, mentre qualcuno mi tiene la mano.
                                                                                                                                                                            Francesca